Nella storia della scienza i paradossi non sono incidenti di percorso: sono strumenti. Alcuni hanno preparato scoperte; altri sono serviti a mettere a nudo le incongruenze, vere o presunte, di una teoria. Si pensi al paradosso dei gemelli: uno resta a terra, l’altro viaggia a velocità prossime a quella della luce e torna più giovane. Sembra un’offesa al senso comune; e di paradosso in effetti si tratta, ma di un paradosso che si dissolve. Si dissolve appena si osserva che i due viaggiatori non sono intercambiabili — uno solo accelera, uno solo inverte la rotta. E ciò che resta dopo la dissoluzione, la dilatazione dei tempi, non è un artificio da esperimento mentale: la misurano gli orologi atomici portati in volo, la vita media dei muoni che piovono dall’alta atmosfera, le correzioni senza le quali un navigatore satellitare sbaglierebbe strada di chilometri.

Non tutti i paradossi, però, si lasciano congedare così. Il più tenace si trova nella teoria che ci permette di indagare il mondo microscopico, una delle più solide di cui disponiamo. Elettroni e quanti di luce, interrogati da un apparato, si mostrano come onde; interrogati da un altro, come particelle: comportamenti inconciliabili, entrambi necessari, mai simultanei. Che cosa sia la realtà quando nessun apparato la interroga — la domanda che Einstein oppose a Bohr con il celebre argomento del 1935 — resta a tutt’oggi senza una risposta condivisa. Qui la fisica non ci fornisce una certezza, ci riserva un’inquietudine.

E poi ci sono i paradossi fioriti nel dominio della logica. «Questa frase è falsa»: quattro parole bastano a mettere in crisi l’idea che ogni enunciato sia vero oppure falso. Il barbiere che rade tutti e soli coloro che non si radono da sé non sa più che fare di se stesso. Sotto la varietà, un tratto comune: ogni paradosso, a guardarlo da vicino, è una premessa nascosta che chiede di essere scovata — un assunto che davamo per ovvio e che l’argomento costringe a esibire.

Ma non è di questo che voglio parlare, per quanto l’argomento mi abbia sempre affascinato. Oggi voglio parlare dei paradossi della sovranità. Siamo, come si capisce, lontani dal terreno rigoroso della conoscenza scientifica: qui si tratta delle regole della convivenza e di ciò che comunemente chiamiamo sistema democratico; le leggi della logica e il rigore della matematica non vi hanno residenza stabile, e al loro posto ci sono convenzioni e opportunità. Eppure il paradosso esiste. E per accorgersene basta leggere ciò che si propone, in Italia, a proposito della nuova legge elettorale.

La promessa è enunciata con solennità: applicare la Costituzione, restituire al popolo la sovranità che essa gli riconosce; che sia dunque il popolo a decidere chi lo governa. Un principio, si direbbe, sacrosanto. Il problema è che la sovranità, se da una parte la dai, dall’altra la togli. Se è il popolo che la sera delle elezioni — attraverso congegni non sempre lineari, dove compaiono premi di maggioranza e meccanismi analoghi — decide chi governerà per l’intera legislatura, nello stesso momento si contrae la sovranità di un altro organo che la Costituzione chiama in causa proprio quando si parla di sovranità popolare: il Parlamento. Nell’ordinamento vigente la legittimazione del governo è sì popolare, ma veicolata: passa per le Camere, che a qualsiasi governo danno — e possono togliere — la fiducia. Investire direttamente il popolo della scelta significa, nello stesso atto, svuotare la mediazione che quella scelta doveva sostenere. Un primo punto fermo, dunque: si modifica il modo in cui la sovranità popolare viene esercitata, senza mettere mano al dettato costituzionale.

Ma il paradosso, quello vero, è un passo più in là. Si investe il popolo del compito più alto che si possa immaginare — scegliere direttamente chi lo governa — e, nello stesso disegno, gli si sottrae il resto. I propri rappresentanti il popolo non li sceglie: li trova già disposti in liste compilate altrove, dalle segreterie. Il soggetto chiamato a guidare il governo, e con lui il programma, non emergono da alcun processo pubblico al quale il cittadino possa concorrere: in altre democrazie esiste, con le primarie, un congegno articolato che consente agli elettori di intervenire nella selezione delle candidature; qui niente di simile è previsto né richiesto. Le alleanze, infine, si definiscono per accordi e mediazioni fra partiti, soggetti che restano, fino a prova contraria, associazioni private la cui vita interna resta spesso opaca quanto alle regole di funzionamento e alle fonti di finanziamento.

La parola «sovranità», a ben vedere, viene usata in due sensi che non coincidono. C’è la sovranità come investitura: scegliere chi governa. E c’è la sovranità come rappresentanza: scegliere da chi farsi rappresentare e, per mezzo di quei rappresentanti, controllare chi governa. Il disegno massimizza la prima prosciugando la seconda; e chiama l’intera operazione restituzione.

Si dirà: si tratta di una contraddizione. Non esattamente, e la sfumatura conta. Una contraddizione chiede soltanto di essere eliminata; un paradosso chiede di essere capito. I logici distinguono i paradossi falsidici, dove l’apparenza inganna e l’assurdo si dissolve — i gemelli, appunto —, dai paradossi veridici, dove la conclusione che pare assurda è, semplicemente, vera. Il nostro assomiglia piuttosto a un paradosso veridico: suona impossibile che dare la sovranità equivalga a toglierla, ed è precisamente questo il meccanismo che il disegno produce.

La sovranità, per così dire, è come nell’esperimento delle due fenditure: onda o particella, a seconda dell’apparato che la misura. E in questa storia la parola ‘apparato’ ha, non per caso, due sensi. C’è l’apparato di misura, che decide se vedremo l’onda o la particella; e c’è l’apparato di partito, che decide quale faccia della sovranità ci verrà mostrata — piena e solenne il giorno del voto, evanescente in tutti i giorni che lo preparano. Dipende da dove la si guarda; o meglio, dagli interessi in gioco.

C’è infine chi dal paradosso esce rifiutando la misura: non votando. Ed è una soluzione a sua volta paradossale, perché si rinuncia a esercitare la sovranità, e quella rinuncia è l’ultimo esercizio di sovranità rimasto. Ma nel mondo delle urne il non farsi misurare non lascia la sovranità sospesa in qualche sovrapposizione di stati, come quella prevista dalla meccanica quantistica: la consegna, in silenzio, a chi resta. L’astensione non sospende la misura; la delega. Non è un rimprovero a chi non vota, né tantomeno una legittimazione: è la constatazione di dove il paradosso conduce. Un paradosso veridico, appunto. E i paradossi veridici non si confutano: si subiscono — finché qualcuno non trova la premessa nascosta che li genera, e decide di cambiarla.

Sandro Petruccioli